INDIVIDUALISMO E COLLETTIVISMO

La vita non vuole irragionevoli altruismi, ma una coordinazione d’egoismi. La vita è costruttiva, positiva, utilitaria, non distruttiva, negativa, dispersiva. Essa vuole prima formare degli individui completi ciascuno di tipo ben definito, per poi coordinarli in un organismo, cioè collettività in cui ciascuno compie la sua funzione diversa, ma complementare a quella di ciascun altro. Questo è il piano che la vita oggi sta realizzando con la collettivizzazione sociale delle masse umane.

Fino ad oggi si sono costruiti gli individui. Questi sentono che la costruzione da essi fatta è prezioso frutto di lunghe fatiche. Il moderno collettivismo sembra minacciarla ed essi si spaventano quando nelle grandi organizzazioni industriali o politiche si vedono ridotti ad un numero, a puro elemento di un tutto, quasi ad un robot. Questa è la sensazione che oggi può dare all’individuo il suo inquadramento in un sistema. Eppure questo è quello a cui la vita vuole arrivare.

Nel passato l’individuo era tutto. Le organizzazioni erano un suo prodotto, da lui imposto ad altri individui a lui soggetti. In ogni gruppo chi più valeva era il capo, padrone e arbitro di tutto. Lo stato normale di convivenza era la lotta, di cui costui era un vincitore. Vigeva la legge della lotta per la selezione del più forte. Lo stato normale era la guerra di ognuno contro tutti, per affermare sé stesso su tutti gli altri.

Questo sistema e la relativa legge biologica oggi cambia e diventa la legge del vivere come collettività organica, non più di lotta tra i singoli, ma di loro coordinamento e collaborazione. Il vecchio sistema viene superato e perde sempre più valore, perché si fa sempre più controproducente. Oggi si comprende che è molto più redditizio il vivere organicamente, sommando i propri sforzi per il bene di tutti che è anche quello di ciascuno, che disperdere le proprie energie demolendosi a vicenda. E’ per questa ragione che dovranno finire le guerre.

Si tratta di un calcolo utilitario che l’uomo incomincia a capire. Capisce cioè che, se il singolo da solo vale poco perché non dispone che delle sue forze individuali, egli può valere ad esser potente molto di più quando egli si completa con gli altri, che alla loro volta valgono ciascuno e sono potenti molto di più perché si completano con lui e fra di loro. Si arriva così alla posizione in cui ciascuno vale di più ed è più potente di quello che sarebbe da solo.

Su ciò non vi è dubbio. Ma è anche vero che la vita prima abbisognava di aver formato l’io individuale forte e ricco di qualità. Però allora la differenza tra individui portava alla lotta egoista, mentre oggi bisogna capire che in realtà lo scopo era di arrivare invece alla specializzazione di ognuno al fine di funzionare quale elemento, complementare degli altri, nello stesso organismo.

Bisogna oggi aiutare questo passaggio da una forma individuale di vita ad una collettiva. Il collettivismo allora non deve costituire un assalto all’individualità per demolirla, ma deve rispettarne l’egocentrismo, perché la sua funzione è un’ altra, cioè quella di coordinare per far cooperare, e così raggiungere, per ciascuno come per tutti, quel maggior rendimento, potenza, di cui ora parlavamo.

Ecco quali sono i rapporti che oggi devono correre tra individualismo e collettivismo. Non si tratta più dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma di calcolare l’utilità che viene dall’andare d’accordo, invece che aggredirsi l’un l’altro. Si tratta di capire quanto fosse controproducente il vecchio sistema e così passare per gradi dall’individualismo al collettivismo senza distruggere il primo, che non è nemico del secondo, ma è la base su cui questo potrà essere costruito. Bisogna decidersi a superare il vecchio sistema separatista per cui il mio vantaggio lo traggo dal tuo danno, e tu ottieni il tuo vantaggio traendolo dal mio danno. Bisogna capire che ciò che frutta più per tutti è il coordinarsi e collaborare, invece che cercare di asservire per sfruttare. Pare che alcuni popoli più intelligenti lo abbiamo già capito. Sono le prime foglie che spuntano. La vita cammina in questo senso.

La morale pratica che si può trarre da tutto ciò è che quando troviamo chi, in religione, politica, ecc., appartiene ad un gruppo diverso, non dobbiamo per questo giudicarlo in errore, ma solo un diversamente specializzato di cui io ho bisogno per completarmi, come lui ha bisogno di me per completarsi. Non è che io stia nel vero e che lui stia in errore. Ognuno sta nel “suo” vero, e sta in errore rispetto al vero degli altri. Tutti siamo solo elementi adatti a compiere funzioni diverse in uno stesso organismo. Lottare quindi non ha senso. Le cellule del corpo umano non lottano, ma collaborano.

Non si tratta di tolleranza. Questo lascia vivere, ma mantiene le distanze, perdona, ma perché prima ha condannato. Chi tollera è un giudice che ritiene che gli altri sono in errore e per questo si separa da loro, anche se per propria degnazione concede che vivano. Il problema non si risolve così, ma con la comprensione che porta agli altri, perché tutti inclusi in uno stesso organismo collettivo, in una posizione di parità con il loro giudice, anche se le funzioni di essi sono le più umili: posizione di parità perché tutte le funzioni, anche se diverse, sono necessarie in un organismo. In quello umano le cellule dei piedi sono indispensabili come quelle del cervello, tutte rispettabili perché utili e necessarie, tanto per i piedi come per il cervello.

Per fare l’organismo sociale completo e perché si possano compiere le sue già diverse funzioni, ci vogliono i diavoli e i santi, i guerrieri e i pacifici, gli atei e i credenti, i forti e i deboli, i maschi e le femmine, ecc., e ognuno sta bene com’è fatto perché compie al suo posto un compito di importanza collettiva che nessun altro, se non lui in esso specializzato, può compiere. Così ci vuole il giorno e la notte, il lavoro e il riposo, ecc., perché non vi è movimento che non faccia parte di un ciclo maggiore. Da ciò si vede quanto diversamente debba esser giudicato il prossimo, cioè non come rivale, ma come elemento complementare, col quale collaborando, tutti insieme si diventa organismo. Ecco come concepirà la vita e si comporterà l’uomo più progredito nell’avvenire.

 

Tutto si paga

Nel dualismo universale ogni unità risulta composta di due estremi che vanno dal polo positivo al negativo. Per legge d’equilibrio, che è fondamentale legge dell’esistenza, ognuna delle due parti è bilanciata da una sua controparte, il che compensa ed equilibra le due opposte spinte.

Così il povero vuole diventare ricco, ma ignora gli assalti a cui questo è sottoposto e da cui egli, non abituato, non saprebbe difendersi: assalti esterni da parte di terzi, e assalti interni dovuti alla follia dei propri desideri.

Così tanti per orgoglio lottano per raggiungere l’apice del potere politico e non pensano che i grandi capi corrono continuamente il rischio di crolli e d’attentati, pericolo che non tocca l’uomo comune.

Così vi sono anche i candidati alla santità ed essi non immaginano che, se con ciò strumentalizzano le masse che li santificano, queste li mettono sugli altari per strumentalizzarli a proprio servizio, come il far miracoli, concedere grazie, funzionare da intermediari, quando non servono come manto sotto cui nascondere i propri difetti o quale stendardo per giustificare, la propria condotta. In un mondo in cui i sani principi sono spesso ipocrisia, questa in alcuni casi può essere la sorte dei santi.

Come si vede vi è sempre, per ogni emersione dalla folla, un prezzo da pagare a questa se si vuole che essa riconosca tale fatto. L’alto personaggio, tale in qualunque campo, perché ottiene il vantaggiò di questa posizione, per le suddette leggi, deve pagarlo. E le masse che gli hanno fatto il servizio, quello che serve a lui, si prendono con le proprie mani il dovuto pagamento, facendosi a modo proprio servire da costui che voleva farsi servire da costoro. Se io m’inchino dinanzi a te e ti esalto, ciò è perché esigo che tu mi dia in cambio ciò che mi serve. Se non me lodai e non mi servi più, io ti ripudio e nego la tua superiorità. La legge del “do ut des” è universale. Allora il povero invece d’inchinarsi insulta il ricco, l’anarchico attenta alla vita del capo, il credente bestemmia il santo che prima venerava.

Il discorso che in tale materia si suole fare è diverso, ma non corrisponde alla realtà. Questo che facciamo qui è brutta, ma non è ipocrita, lo si respinge, ma è quello vero. Esso è brutto ma, se lo capissero, tanti non si lascerebbero sedurre dalla brama di troppo salire al di sopra del proprio valore e del compito da assolvere, e così si risparmierebbero tante delusioni e disastri. O per lo meno chi vuole salire in quelle alte posizioni si renda conto dei gravami che necessariamente pesano su di esse e della giusta ragione per cui ciò avviene. Questa è la morale della favola.

Pietro Ubaldi

 

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