LA GRANDE BATTAGLIA

La libertà dell’ individuo è condizionata dal disegno evolutivo imposto dalle leggi trascendenti del “sistema” cosmico – La meta da raggiungere favorisce la sopravvivenza del biotipo evoluto.

L’evoluzione è un fenomeno complesso perché è diretta da forze superiori, al medesimo tempo è quasi abbandonata a se. Se la sorte della vita fosse affidata interamente a se stessa, una volta preso il via essa non potrebbe realizzare se non una moltiplicazione indefinita, non una trasformazione su piani di miglioramento. Senza l’intervento d’altri fattori che la vita non possiede, non si può spiegare come quest’ultima abbia potuto percorrere il suo cammino ascensionale. E non possiamo negare che, usciti dal caos, noi ci troviamo davanti ad un miracolo: il fatto che la vita abbia costruito l’uomo.

Non si può nemmeno disconoscere che tutto questo è anche opera di una grande fatica da parte dell’essere il quale certo non ha potuto salire gratuitamente. Ma tale sforzo che l’essere deve compiere per evolvere non può farci dimenticare che se esso non avesse trovato già preparati i ponti nella direzione in cui devono dirigersi e tutti gli elementi necessari a raggiungere il fine designato, un tale sforzo sarebbe rimasto vano; invece di vederlo incanalarsi nel processo particolare che si chiama evoluzione noi non avremmo osservato altro che dispersione. In sostanza, accanto alla fatica necessaria all’evoluzione bisogna riconoscere la presenza di una provvidenza la quale ha fornito parallelamente tutti gli elementi necessari perché quell’ascesa potesse realizzarsi, elementi elaborati in precedenza, che si trovavano già predisposti affinché lo sforzo dell’essere potesse utilizzarli. Il solo caso non può avere preordinato tante condizioni necessarie allo sviluppo della vita: formazione dei pianeti, irradiazione solare, presenza di un’atmosfera con adeguata composizione chimica, umidità, oceani, terre emerse, calore, luce, sostanze utilizzabili nell’ambiente, il tutto dosato perché la vita divenisse possibile, poiché qualsiasi eccesso o lacuna l’avrebbe distrutta.

Pensiamo che in principio tutto ciò era il caos, e che è sorto da esso un ordine stupendo. Ciò che adesso noi vediamo funzionare e al tempo stesso evolvere si è costruito per piani e per edifici biologici consecutivi; è un organismo composto di parti comunicanti, che vivono scambiando le une con le altre il materiale nutritivo, combinandosi e fondendosi in un’unica vita. In nessun modo il caso può avere preordinato tutto questo, né può aver fatto sì che questo potesse venire utilizzato in modo da produrre il miracolo dell’intelligenza umana.

Senza dubbio lo sforzo da parte dell’ essere era necessario, ma era anche necessario che esso trovasse pronto ed accessibile tutto ciò che gli era utile a compiere l’opera. Se una sola delle condizioni fosse mancata il suo sforzo sarebbe fallito. Quindi nell’evoluzione noi costatiamo non soltanto un telefinalismo, il punto ultimo da raggiungere, ma anche una provvidenza la quale ha fatto sì che tutto ciò che era necessario per raggiungere il punto stabilito fosse stato disponibile.

 

Il frutto meritato

 

Da un altro lato, l’essere rimane come abbandonato a sé stesso, perché l’evoluzione deve rappresentare il frutto meritato di tutto il suo sforzo. Lo sforzo gli viene lasciato per intero, perché senza di esso l’essere non potrebbe integralmente compiersi. Ecco che Iddio si comporta come un padre che vigila sui primi passi della sua creatura indirettamente l’aiuta affinché essa impari a non cadere più, la lascia cadere ma al tempo stesso la controlla e la sostiene affinché non si perda.

Quando la creatura cresce, Dio le concede maggior libertà affinché apprenda a guidarsi da sé, assumendo le proprie responsabilità. Se noi vediamo la creatura avanzare faticosamente, a tastoni verso l’avvenire, l’aiuto che dirige l’evoluzione è sempre presente. Infatti noi vediamo che ad ogni sua caduta una forza interna la risolleva rimettendola sul retto sentiero affinché possa avanzare in un modo o nell’altro verso la meta. Così è stato possibile che la vita superasse tutti gli ostacoli.

Adesso appare chiara la tecnica dei tentativi. Ecco perché avviene che, nonostante gli aiuti, appariscono lungo il percorso della vita errori e cadute, rami secchi, linee deviate e sterili, stagnanti ai lati della grande strada dell’evoluzione. E’ come una corsa nella quale alcuni esemplari rimangono eliminati dalla competizione e superati, altri infine, come l’uomo, passano invece avanti a tutti. Ogni candidato alla futura vittoria ha migliaia di rivali che gliela contrastano. L’uomo, almeno fino adesso, ha superato tutti. Ma questo non basta perché a lui sia garantito di vincere sempre. Se devia dal cammino, dal telefinalismo insito nell’evoluzione, e invece di usare il potere della propria intelligenza ad obbedire, l’usa a ribellarsi alle direttive della legge, allora l’uomo potrebbe anche perdersi; e in questo caso, come abbiamo altrove accennato, non mancano altre specie per sostituirlo nella supremazia del pianeta.

Questo vuoI dire che le direttive del fenomeno d’evoluzione esigono in primo luogo che il biotipo vincente sia degno della vittoria, che a quest’ultima corrisponda un vero valore. Quando il protipo si mostra inadeguato al posto che pretende occupare, l’intelligenza direttrice lo allontana e lo sostituisce con un altro migliore; si tratta solo di particolarità formali le cui mutazioni non impediscono in nessuna maniera che nella sostanza le finalità dell’evoluzione vengano raggiunte. La vita procederà grazie ad altre forme, raggiungerà la meta per mezzo di altre specie, giungerà ugualmente dove deve giungere. Per concludere, adesso possiamo dire che abbiamo davanti agli occhi tutti i principali elementi che costituiscono L’ evoluzione.

 

Tecnica dei tentativi

 

Da un lato abbiamo la sapienza di un’intelligenza direttrice. Essa si rivela in tre momenti distinti: 1°) imposizione di un telefinalismo come meta ultima del processo evolutivo, meta che per una via o per l’altra deve venir raggiunta; 2°) preparazione delle condizioni indispensabili allo svolgimento di questo processo (provvidenza previdente); 3°) orientamento dello sviluppo dell’essere, accompagnamento e indirizzo del suo sforzo nella direzione stabilita dal telefinalismo. Da un altro lato abbiamo l’essere che combatte per ascendere, si agita nei vari tentativi, cade, si rialza, soffre, impara, vince o perde, sperimentando la grand’avventura dell’evoluzione. Abbiamo già parlato della tecnica dei tentativi.

La tecnica dei tentativi non è, esattamente, che una condanna: l’obbligo di compiere da sé medesimi, quasi come abbandonati, tutto il lavoro, per ritrovare la via giusta. Ciechi, perduti nelle tenebre, occorre tornare a trovare la luce; ignoranti, perduti nell’incoscienza, dobbiamo ricostruire la conoscenza. Non è questo il cammino normale dell’evoluzione e il progresso dell’umanità? Che cosa rappresentano le scoperte scientifiche e tutte le grandi costruzioni del pensiero se non brani di riconquistato conoscimento?

Per la creatura l’evoluzione rappresenta un vero sforzo e un’avventura arrischiata, nel buio delle incognite, piena di lotte, di dolori. Ma è giusto che sia così perché per la creatura essa significa anche redenzione, e alla meta la creatura stessa ritroverà la felicità perduta. Dio aiuta sempre l’evoluzione, per quanto non traspaia: un po’ meno quando la creatura lo merita meno, nei piani più bassi della vita, di più quando la creatura lo merita meglio per aver compiuto lo sforzo di redimersi salendo verso piani di vita più elevati.

L’evoluzione procede come un fiume, che è libero ma tende sempre a raggiungere il mare. In entrambi i casi la costrizione non è esteriore, è dovuta alla forza di gravità; rispetto alla terra si tratta di cosa fisica, come nel caso del fiume, rispetto a Dio si tratta di cosa spirituale come nell’evoluzione. In entrambi i casi, la corrente è libera ma deve comunque obbedire al principio d’attrazione il quale nel primo caso la porta materialmente a scendere verso il basso, nell’altro a salire spiritualmente verso l’Alto.

Tutto risulta liberamente costretto da questo intimo, irresistibile richiamo. Il fiume, come l’evoluzione non sa che cosa troverà sul proprio cammino. Esso deve costruire da sé il proprio letto, deve adattarsi al terreno, superare le difficoltà, un momento deve scorrere rapido, un momento precipitarsi in cascata, un momento riposarsi in laghi e paludi. Ma il punto d’arrivo è segnato: il mare. La corrente dei fiumi non può sottrarsi all’impulso che quest’attrazione gli comunica. Allo stesso modo, l’evoluzione sente il richiamo possente che la anima e non può fare altrimenti che rispondergli, obbedendo.

Come non v’è dubbio che prima o poi, in un modo o nell’altro, il fiume raggiungerà il mare, così non v’è dubbio che prima o poi, in un modo o nell’altro, l’evoluzione dovrà condurre l’universo allo stato perfetto del Sistema. Come nel fiume ogni goccia d’acqua deve raggiungere il gran padre di tutte le acque che è il mare, così nell’evoluzione ogni essere dovrà raggiungere il grande Padre di tutto ciò che esiste, Dio. Come avviene per il fiume, l’evoluzione è libera di scegliere il cammino che crede, ma è chiusa nei limiti della propria legge la quale la costringe ad andare verso la meta. Come nel caso dell’evoluzione, la via del fiume non è tracciata e le acque devono trovarla da sole, seguendo il prestabilito telefinalismo. Questi esempi ci fanno comprendere meglio la struttura del fenomeno evolutivo. Nell’evoluzione noi troviamo la libertà di scelta, indipendenza d’azione, quasi come in un fenomeno abbandonato a sé stesso; e la stessa cosa avviene per la corrente del fiume. Di qui nascono i tentativi, gli errori, gli adattamenti e anche i fallimenti ma al tempo stesso la riconquista di perdute posizioni, la salute ed il trionfo. Questa libertà è diretta e frenata, è sostenuta e guidata, in direzione di un porto sicuro, dal continuo richiamo della meta finale impresso e sentito nelle più fonde latebre del fenomeno. Quella libertà, se fosse lasciata a sé stessa, non potrebbe che naufragare nel fallimento. Se, al contrario, senza possedere alcun conoscimento, essa raggiunge perfettamente la meta, ciò che rende savia questa libertà non può attribuirsi che alla direzione di quell’intelligenza posseduta in pieno solo dalla sapienza.

Così noi vediamo che nel fenomeno dell’evoluzione si bilanciano un indipendente impulso di libertà e un opposto impulso deterministico. Tanto nel caso del fiume quanto per l’evoluzione, non interessa molto che venga seguito quel certo cammino (zona di libera scelta lasciata all’arbitrio dell’essere bensì che venga raggiunta la meta (zona deterministica). Così per l’evoluzione non importa se sopravvivrà questo o quel biotipo, bensì che sopravviva il migliore; e per mezzo di lui che la vita trionfi.

 

“Attraverso il processo evolutivo della vita l’Universo procede verso la fase superiore dello Spirito. L’essere salirà di forma in forma, d’ambiente in ambiente, di pianeta in pianeta, smaterializzandosi fino a che non avrà più bisogno del supporto planetario su cui si appoggia fisicamente».

 

Nell’articolo precedente abbiamo visto come si compie attraverso mille lotte l’illimitata avventura dell’evoluzionismo, malcerta e fallibile nei particolari ma sicura e vittoriosa nel complesso, diretta dalla logica del suo telefinalismo. Da un lato l’ignoranza e la libertà dell’ essere che segue l’evoluzione, dall’altro sapienza e telefinalismo deterministico nell’intelligenza che l’evoluzione dirige. Due qualità opposte e complementari che si compensano armonicamente, equilibrandosi: Dio va incontro all’essere per aiutarlo a salire. L’essere tende verso Dio.

Così nella grand’opera gli estremi si raggiungono ed essa si compie con la collaborazione di entrambi. Dio attrae, invita, guida, regge la creatura nel suo faticoso cammino. La creatura corrisponde col proprio sforzo per superare le difficoltà, sopporta i dolori che seguono gli errori, compie il duro lavoro di ricostruirsi rinnovandosi.

Su questo immenso sfondo del cammino cosmico dell’evoluzione, si sviluppa il cammino di maturazione della vita dell’uomo verso la spiritualizzazione. Ma esiste una battaglia anche più grande ed è quella che va dall’Antisistema al Sistema attraverso l’evoluzione dell’intero universo affinché questo torni a Dio. Abbiamo allargato sempre più la nostra visione e possiamo constatare che le teorie esposte nei nostri libri “Dio e universo” e “Il Sistema” ricevono adesso, in un controllo razionale, una maggiore affermazione.

 

Cosa avverrà dell’uomo futuro?

 

Giunti a questo punto possiamo rispondere meglio alle domande che ci ponevamo: che cosa avverrà dell’uomo del futuro? Dove lo condurrà l’evoluzione, abbiamo già in parte risposto e adesso possiamo andare più avanti, domandarci: quale sarà lo stato finale al quale l’uomo giungerà alla fine del suo sterminato viaggio evolutivo? Sarà una cosa molto lontana ma certamente un giorno dovrà venire. L’ambiente terrestre non può racchiudere tutte le possibilità per i futuri sviluppi della vita. Ed esso stesso non può essere eterno.

Dove e come la terra sarà morta? E seppure la razza umana dovesse perire, dove e come la vita, che non può estinguersi, continuerà la propria evoluzione? Abbiamo già detto che l’Universo, in quanto forma materiale, tende alla propria distruzione per disgregazione atomica e, nella sua forza dinamica, per entropia. Che cosa avverrà allora della vita che si sviluppa alla superficie dei pianeti? Come potrà continuare ad evolvere senza il supporto fisico nel cui rapporto  siamo abituati a vederla?

Se osserviamo bene, vediamo che il processo di liquidazione dell’universo fisico e dinamico non è un fenomeno isolato ma che, parallelamente ad esso, si verifica il corrispondente processo genetico di un universo spirituale. Nessuna cosa si crea e nessuna si distrugge. Ciò che muore muta forma per rinascere. La sostanza riappare in una sua successiva manifestazione nel piano spirituale. I due fenomeni di distruzione e di ricostruzione sono equilibrati ed il passaggio dall’ uno all’ altro non è se non un processo creativo di reintegrazione attraverso un mutamento di forma.

Questo parallelismo ci dice che quando l’Universo fisico-dinamico sarà liquidato e la sua forma scomparirà, allora la vita umana avrà superato l’attuale fase fisica, ed essendosi completamente spiritualizzata, sarà spostata nel piano dell’ imponderabile. Essa potrà continuare ad esistere senza bisogno di un supporto fisico. Ecco dunque che l’uomo non ha nulla da temere dalla distruzione del suo pianeta e da quella del sistema solare.

Il problema è vasto e, rispetto alla sorte della vita come noi la conosciamo, dice che essa non può sussistere se non appoggiata ad un supporto materiale offerto dalla superficie di un pianeta. Da ciò deduciamo che la vita dipende dal fenomeno della formazione e dell’esistenza dei pianeti nell’Universo.

Secondo la vecchia concezione antropomorfa ed egocentrica cara ai teologi, la Terra sarebbe l’unico punto abitato dell’Universo, il centro e lo scopo della Creazione. Quantunque questo concetto sia stato accolto anche dalla ragione, perché essendo, molto onorifico soddisfaceva il miope orgoglio umano ed il naturale istinto egocentrico della maggioranza poco evoluta, rimaneva il fatto assurdo che un Universo cosi sterminato esistesse soltanto in funzione di un uomo minuscolo che appena lo conosce, perduto sopra un grano di polvere roteante nello spazio. Secondo questo concetto, tutto il rimanente universo sarebbe esistito per nulla.

 

Genesi planetaria

 

Ecco intanto che un primo imperativo logico ci obbliga ad ammettere che le forme planetarie necessarie all’evoluzione della vita devono essere abbastanza numerose perché questo importantissimo fenomeno possa compiersi nelle dovute proporzioni. E vediamo adesso che cosa dice la scienza rispetto a ciò. Fino a poco tempo fa in generale gli astronomi supponevano che nell’Universo i sistemi planetari dovessero essere rarissimi e rara altrettanto la vita che su di essi si appoggiava. Questo perché si supponeva, come nel caso del nostro sistema solare, che la serie dei pianeti nascesse da una collisione di stelle.

La materia estratta dalla massa del nostro sole si sarebbe staccata dal corpo centrale e raggruppata nei pianeti che lo circondano. Di fatti questi pianeti roteano intorno al sole nella stessa direzione in cui esso gira intorno a sé stesso e quasi sullo stesso piano. E nella stessa direzione, intorno al loro asse, girano i pianeti come pure intorno ad essi i loro satelliti. Questo è vero, eccettuato per il caso di Urano e per il movimento retrogrado dei satelliti più esterni di Giove e di Saturno.

C’è tuttavia il fatto che le stelle sono immensamente lontane le une dalle altre. E ciò fa si che secondo un tale metodo di genesi stellare la formazione dei sistemi come il nostro sia molto improbabile. Si considera che formazioni simili potrebbero originarsi meno di una ogni migliaio. Si supponeva quindi che la nostra terra abitata potesse collocarsi tra i fenomeni più rari.

Ecco viceversa che gli astronomi moderni credono che le stelle siano formate per condensazione di lievissima materia cosmica anteriormente disseminata; concentrandosi, questa materia comincia a riscaldarsi fino a generare la reazione nucleare, quindi a risplendere ed ad irradiare, cosi come avviene nella bomba a idrogeno. Durante questo processo viene a formarsi alcune correnti interne turbinose, spiraloidi, le quali lanciano verso la periferia masse rotative minori che formano i pianeti i quali gireranno poi intorno alla stella. La materia andrà sempre più condensandosi intorno ai due centri di roteazione e i pianeti diverranno corpi separati.

Eliminata dunque l’ipotesi della collisione, cosa improbabile, la genesi planetaria diventa più facile, essa può verificarsi in molti momenti e in molti punti dell’Universo. Con ciò siamo in grado di credere che le forze planetarie siano tutt’altro che rare. Si può ragionevolmente supporre che intorno a moltissime stelle esistano pianeti sui quali sia possibile la vita. Essa può presentarsi sotto forme differenti ma retta dagli stessi principi fondamentali e diretta agli stessi scopi finali verso i quali procede la nostra.

Tali pianeti non risultano visibili perché non posseggono luce propria e si trovano molto vicini al loro sole così che veduti dalla terra si confondano con lui. Ma l’ondulazione della luce ci fa pensare che qualche altro corpo, muovendosi di fronte ad esse, intercetti a tratti la sua luce. Oggi la scienza giudica che una galassia possa contenere sistemi planetari da un massimo di un milione fino ad un minimo che non scenderebbe sotto a centomila. L’ipotesi sostenuta da Flammarion della pluralità dei mondi abitati è divenuta più accettabile per il fatto che gli astronomi oggi considerano che la composizione dell’Universo sia più o meno la risultanza dei medesimi elementi fondamentali.

 

La vita diffusa nell’ Universo

 

Da questo si deduce che anche gli altri pianeti devono essere costituiti dello stesso materiale del nostro, in modo che essi possono avere fatto sorgere ambienti e condizioni di vita simili ai nostri. Ciò implica la possibilità che la vita abbia potuto anche là manifestarsi e svolgersi com’è avvenuto sulla Terra. Ecco dunque che la scienza nelle sue conclusioni non è contraria ad ammettere che esista, sparsa nell’Universo, un’infinità di culle di vita. Ciò significa che la vita è diffusa nell’Universo intero, quindi che l’evoluzione possiede una vastissima base d’operazione per sviluppare la coscienza e svegliare lo spirito, progredendo di fatto verso il suo telefinalismo, come già abbiamo spiegato. Con ciò la scienza ci conforta anche in quell’esigenza logica che abbiamo menzionato testè, secondo la quale sembra strano che il nostro pianeta, o sistema planetario, abbia dovuto trovarsi in condizioni così fortunatamente eccezionali ed eccelse per cui abbia potuto da solo albergare quell’altissimo fenomeno che è la vita e lo sviluppo di quella cosa che la vita tende a produrre, la coscienza. Un fatto questo molto difficile da ammettere quando si pensi che tutto il processo ricostruttivo dell’evoluzione dovrebbe rimanere sospeso all’unico filo sottile che è la vita sulla terra, mentre come già abbiamo dimostrato a sufficienza, il resto dell’Universo davanti ai fini supremi da raggiungere dovrebbe rimanere senza significato o senza scopo.

Non si capisce perché l’evoluzione dovrebbe elaborarsi e concentrarsi tutta in un punto, in mezzo ad un deserto senza limiti il quale dovrebbe venir dichiarato completamente inutile. Com’è possibile un assurdo tanto lampante in mezzo alla logicità costante che vediamo risaltare ogni momento nel funzionamento e nell’evoluzione dell’Universo? Com’è possibile una violazione così eccezionale dei tradizionali sistemi d’utilitarismo che reggono il trasformismo evolutivo? Non si riesce ad immaginare l’Universo senza un obbiettivo, la sua esistenza senza una ragione né che la giustifichi, tanta sapienza e tanta potenza per nulla e questo perché non è possibile ammettere nemmeno l’altro assurdo, quello cioè che la sapienza e la potenza di Dio, per raggiungere i loro obbiettivi più elevati si siano dirette verso questo solo punto, scelto nell’infinità dei mondi, verso quest’invisibile terra, con l’intento di fare dell’uomo il più alto esemplare fra i prodotti della vita intera.

 

La ragione ultima

 

Tutto si spiega soltanto con la teoria illustrata più sopra: anche le stelle e le galassie, anche l’esistenza nel piano fisico e dinamico acquistano un significato ed assumono una funzione rispetto al telefinalismo di tutta l’evoluzione. Anche l’infinita molteplicità del trasformismo fenomenico finisce per piegarsi ad un concetto unitario; si comprende la ragione ultima di tanto travaglio ascensionale. Solo così ciò che esiste, tanto nella forma che nella materia, tanto nell’energia che nello spirito, ha la sua funzione da svolgere e la sua logica ragione di essere per giungere alla meta finale di tutto: Dio. Nell’immenso universo non turbina inutilmente una massa di materia morta, bensì procedono tanti mondi che funzionano da appoggio, sui quali può svilupparsi la vita affinché in seguito, per mezzo di essa, l’essere possa ricostruirsi nel suo stato spirituale, che è l’unico capace di albergare perfezione e felicità.

Il lavoro dell’evoluzione nell’Universo viene così distribuito: nei piani della materia si compie nelle stelle e nelle galassie, nei piani dell’energia si compie ancora in esse come pure negli spazi interstellari; nei piani della vita esso si realizza alla superficie dei pianeti. E’ qui, attraverso la vita, che l’Universo massimamente matura e procede verso la sua fase superiore che è quella dello spirito. L’essere salirà di forma in forma, d’ambiente in ambiente, di pianeta in pianeta fino ad assumere, evolvendo e smaterializzandosi, forme tanto spirituali che non avrà più bisogno di supporto planetario e la vita potrà esistere senza l’ausilio della materia, sopravvivendo all’Universo fisico, prodotto della trasformazione di esse.

Pietro Ubaldi

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