LA RIVOLUZIONE DEI GIOVANI VISTA DAL PENSATORE UBALDI

“La macchina sociale sta oggi diventando così organica e complessa che per poter funzionare esige una dose sempre maggiore di rettitudine. Più il sistema di vita è primitivo più largo è il margine di disordine che esso può sopportare. Il male è universale e non si risolve mettendo in evidenza i difetti degli altri occultando i propri”.

Oggi assistiamo ad un’ondata rivoluzionaria di nuovo tipo. Essa non è quella di un partito, di un paese, di una classe contro un’altra, ma è quella degli individui di un’epoca contro quelli di un’altra epoca. Ciò fa pensare al trapasso da una ad un’altra fase d’evoluzione.

Non si tratta di pezzenti affamati che assaltano i ricchi, ma di giovani universitari che attaccano al livello intellettuale il vecchio mondo per distruggerlo. Essi stessi non sanno che cosa vogliono sostituirvi, ma è ben chiaro, e in ciò sono concordi, che essi vogliono distruggerlo. Non lo accettano più. Perché? Che cosa sta succedendo? Senza parteggiare per nessuno, cerchiamo di capire.

Certo che qualcosa sta succedendo e ciascuno reagisce a suo modo. Vi è chi parteggia, chi minimizza il caso, chi cerca di provvedere, chi condanna, chi si scandalizza dei metodi violenti, della mancanza di un piano, come delle contraddizioni. Intanto i vecchi sistemi vengono dai giovani ripudiati in blocco. Delle tradizionali distinzioni che individuarono i vari castelli in lotta non si tiene più conto. E’ tutto il sistema degli ideali, principi, ideologie che viene respinto.

Quali risultati ha esso dato? Ha creato degli uomini migliori o è servito solo per coprire in vari modi le stesse colpe e le stesse menzogne? Ai giovani non interessa più sapere se si tratta di comunismo, di democrazia, di religione, quando la realtà è una sola e sempre quella, ed essa consiste nel lottare ciascuno contro tutti solo per il proprio egoistico trionfo.

Sembra che i giovani si siano accorti che quello sciorinamento esteriore era solo un inganno, un perditempo controproducente che conviene abolire. Continua a rotolare loro addosso dai secoli passati la valanga dei cacciatori di ingenui. Ma di questi se ne trovano sempre meno, tale merce si fa sempre più rara, per disperazione dei suoi consumatori che ci vivevano e che ora rischiano di morire di fame.

Questi giovani rivoluzionari non sono contro questo o quel partito, ma contro tutti, non contro una data ideologia, ma contro tutte, sono cioè contro lo stesso metodo con cui esse vengono praticate. La scissione non è orizzontale ma verticale, l’antagonismo non è tra gruppi sullo stesso piano, ma tra metodi di vita a livelli evolutivi diversi.

Questa rivoluzione è di nuovo tipo, diversa da quella del passato; è fatta d’intellettuali che ragionano, vogliono fare i conti ed esigono giustizia. Si tratta questa volta d’elementi pensanti, più che d’incoscienti masse di popolo trascinato; il fenomeno si svolge in un’atmosfera di consapevolezza sconosciuta nel passato.

Ciò prova che stiamo di fronte ad una rivoluzione d’altro tipo. Questo cambiamento di metodo, indifferentemente nostro nei paesi e sotto regimi politici i più diversi, ci mostra che il fenomeno ha radici più profonde del comune. Ciò fa pensare che si tratti di un tentativo di passaggio a nuove forme di vita sociale, basate su principi diversi. Ciò non perché l’uomo sia diventato migliore, il che non s’improvvisa, ma perché la parte a cui tocca va il peggio si è stancata e si ribella esigendo un regime di maggiore giustizia. Si tratterebbe insomma non di una rivoluzione politica, risultante in sostanza solo in un cambiamento di padrone, che sotto nomi diversi continua a comandare per sé con lo stesso metodo dei suoi predecessori, ma si tratterebbe di una rivoluzione biologica in senso evolutivo, data dal passaggio a forme di vita più progredite.

L’evoluzione porta fatalmente a queste trasformazioni. Una volta la lotta per la vita si faceva ferocemente con la spada, uccidendo. Poi si fece con l’astuzia, ingannando. Oggi si tende ad eliminare tali faticosi attriti controproducenti e a risolvere le questioni a patti chiari. Il metodo dominante sinora è stato quello di sopraffarsi o quello d’imbrogliarsi a vicenda. Per questo gli ideali erano utilissimi. Una parte della società, armata di principi e di legalità, manteneva il “suo” ordine a suo vantaggio, gravando su un’altra parte che incassava sottomessa, salvo poi a rifarsi a sua volta su altri.

Ciò avveniva anche tra generazioni e i giovani, essendo più deboli e inesperti, meno piazzati di fronte agli adulti, erano destinati ad incassare. Del resto per gli adulti ciò era giusto, perché essi alla 1oro volta avevano sopportato da giovani quello che ora facevano sopportare a questi, e ora era per essi adulti giunto il momento della rivalsa.

Ora l’attuale generazione di questi vorrebbe continuare il gioco, ma i giovani non lo subiscono più. Avviene così che è a questa generazione d’adulti che spetta il compito di pagare il prezzo dell’ascesa di un gradino della scala dell’evoluzione. Essi meritano quindi tutto il rispetto e ammirazione, anche se questo loro pagamento è tutt’altro che spontaneo. Ma il progresso non si raggiunge gratis e da qualcuno deve esser guadagnato e pagato. Quando si realizzano questi scatti in avanti, vi è sempre una generazione o classe di pagatori.

I giovani si ribellano in questo momento perché sono convinti che solo ora l’uomo è arrivato al grado di maturazione sufficiente per poter far ciò. Il progresso va verso l’uguaglianza e la giustizia. Fino ad oggi ciò si è cercato sul piano economico. Ora i giovani lo cercano in tutti i campi.

I giovani si ribellano col metodo della violenza perché sono convinti che il dialogo non serve, per lo meno da solo. Poi la loro funzione è quella di distruttori del vecchio, almeno nella fase attuale. Essi vengono accusati di non sapere quello che vogliono. Essi non sanno il lato positivo, costruttivo, ma sanno quello negativo, distruttivo. In una cosa sono tutti d’accordo: non vogliono più il vecchio.

Certo è pericoloso un salto nel buio. Del vecchio si conoscono i difetti. Del nuovo non si sa nulla. Ma la vita, oggi in tutto il mondo, in ogni settore, è in fase di distruzione, perché questa è condizione necessaria, dato che essa vita si trova in fase di rinnovamento. Il vortice prende tutto e si stringe rapidamente. E’ così che è ai giovani, che rappresentano il rinnovarsi della vita, che spetta il lavoro di distruzione. Ad essi non si può chiedere il lavoro di progettisti di tipo perfezionato, quali si sono potuti formare nelle generazioni già piazzatesi.

I giovani stanno allo scoperto, non ancora annidati nelle posizioni garantite che gli adulti hanno conquistato. E in tali posizioni protette, questi resistono. Di fronte ad un castello chiuso non è dialogando che si può riuscire a conquistarlo. Se vi fossero dei metodi meno faticosi e più redditizi che tali lotte, la vita li adotterebbe senz’altro. Poi vi è tutto un passato che viene a galla. Certo che le rivoluzioni sono un disordine e un abuso, e come tali sono da condannare. Ma lo stato d’ordine che precede le rivoluzioni si basa sulla giustizia o è anch’esso un abuso sia pur legalizzato? E come impedire che, quando l’evoluzione porta all’eliminazione di un dato abuso, questo non debba venir soppresso con i mezzi necessari allo scopo?

Le rivoluzioni sono un abuso. Ma accanto a tale giusta affermazione bisognerebbe anche fare l’esame di coscienza sulle cause che lo hanno provocato. Niente nasce da sé, tutto è conseguenza di una sua causa. Così il nuovo abuso è la reazione correttiva di un abuso precedente. La rivoluzione sarà un eccesso dal lato opposto, ma la causa che lo ha generato resta. Le rivoluzioni sono sempre generate da qualche colpa. Esse sono un’esplosione e un’esplosione è disordine. ma esso sta prima di tutto in chi ha praticato l’abuso che ha provocato quell’esplosione.

La vita si basa sulla lotta, quindi abuso e disordine sono normali. E’ così che essa procede per abusi e pagamenti, col sistema colpa-penitenza. Con un essere libero e ignaro non vi è che la via del esperimento. La sopravvivenza è riservata al più forte, non al più buono. Avviene così che la schiera degli oppressi è più grande di quella degli oppressori. Il prossimo spesso serve come preda e il mondo è dominato dai predatori, diventati i padroni.

Chi incassa soffre e aspetta l’occasione per rifarsi. Ma man mano che il vincitore si afferma, cresce il numero degli oppressi. Si formano così primi nuclei di resistenza e reazione, e quando essi superano il 50 % della popolazione perché gli abusi sono troppi, allora esplode la rivoluzione. Allora la preda assalta il predatore. Il punto di partenza delle rivoluzioni è l’eccessivo egoismo umano, quello del: “tutto per me a qualunque costo”, seminando vittime, considerando il prossimo solo quale strumento del proprio vantaggio.

Ecco che per avere il diritto di condannare una rivoluzione bisognerebbe essere senza peccato, cioè non esser figli di un passato pieno d’abusi. Tutto ciò va pagato. Se vogliamo progredire dobbiamo liberarci da questo passato e ciò non può avvenire che pagando, cioè espiando il mal fatto. Queste sono le leggi della vita e nessuno può modificarle. Ci stiamo immersi dentro, esse funzionano ovunque, per tutti, e nessuno può sfuggire alle loro norme e sanzioni.

Abbiamo in questo scritto voluto solo cercare di capire ciò che sta succedendo, solo come constatazione di fatti e loro interpretazione. L’uomo, come l’umanità, fa tante cose e poi dimentica. Quando l’onda del passato ritorna esigendo un pagamento correttivo che in quel settore ristabilisca l’ordine violato, il singolo come la società non capisce, ma paga. La Legge di Dio non esige che si capisca, ma che si paghi, perché chi paga si mette poi a pensare perché ciò è avvenuto, e allora finirà col capire. E’ la scottatura che insegna.

Vi sono molte scottature pronte ad arrivare. Una può essere la seguente: La macchina sociale sta oggi diventando così organica e complessa, che esige per poter funzionare una dose di rettitudine sempre maggiore. Più il tipo di vita è primitivo e più è largo il margine disordine che esso può sopportare. Ma quanto più esso diventa un sistema evoluto e perfezionato, tanto più piccolo è quel margine, perché allora, data la complessità, è indispensabile una maggiore esattezza di funzionamento. Da ciò segue che, quando la macchina sociale è giunta al grado d’organicità a cui essa è giunta oggi, se essa è inquinata dalle massicce dosi di disonestà in uso nel passato, si sfascia.

Il disordine, in proporzione alla complessità della macchina, allora è tale, che ne impedisce il funzionamento. Questa è una grossa minaccia per il mondo attuale, se esso non si affretta a civilizzarsi a fondo. Le divisioni umane non hanno importanza. Il male è universale, e non si risolve mettendo in evidenza i difetti degli altri, per non far vedere i propri. Il male è mancanza di rettitudine. Che tale disordine ammazzi l’organismo è legge della vita, che nessuno può fermare. Tale legge funziona uguale per tutti, qualunque sia il paese, il partito, la religione, l’ideologia professata.

Così cammina la vita. Cammino lento. Milioni di cervelli, cioè tonnellate di materia cerebrale da maturare, pagando, soffrendo, alla fine intendendo, ognuno con la sua esperienza, anche se dolorosa, ma sempre utile per imparare a progredire.

Piero Ubaldi

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