Il PROBLEMA DELL’EDUCAZIONE

L’educazione è l’atto in cui la generazione matura si ripiega sulla sopraveniente giovane generazione per comunicar1e tutto il frutto della sua conoscenza ed esperienza. È attraverso quest’atto che si forma quella continuità di pensiero che si protrae nella storia in uno svolgimento i cui termini si connettono succedendosi per contatto e derivazione. Sembra insita nell’unità voluta dalle leggi della vita, questa cessione d’esperienze dalla generazione che va alla generazione che viene, questa caduta anche di un seme spirituale che accanto al seme organico vivifichi e prolifichi. I giovani sono difatti uno specchio in cui tutto si riflette, sono costruiti per essere in quel periodo di vita sopratutto intuitivi e recettivi, come delle spugne destinate all’assorbimento. E tutto essi assorbono, assimilano, pronti a tradurre in termini di vita, quello che i maturi danno come prodotto della loro esistenza. L’educazione è dunque un fenomeno istintivo, universale, automatico di captazione da parte della psiche sempre rinascente, dei prodotti della psiche che stanca si ritira dalla vita. È fenomeno che abbraccia tutta la produzione spirituale di un popolo, la quale così, per legge di natura, non può morire e si trasmette. L’educazione voluta, sistematica, diciamo anche artificiale, non è che un momento particolare e riflesso di questo più vasto fenomeno d’educazione naturale che è nelle leggi della vita e a cui tutti volenti o nolenti, consciamente o inconsciamente, da docenti o da discepoli, prendono parte.

Sul problema dell’educazione in questo senso particolare e ristretto metto oggi a fuoco il mio pensiero. Problema tuttavia immenso. Sarebbe necessario che la generazione matura facesse un severo esame di coscienza prima di decidersi a trasmettere il suo pensiero; bisognerebbe che si rendesse conto di quello che sa, sopratutto ancora di quello che non sa, prima di volgersi verso i nuovi virgulti della vita per alitare in essi il soffio della propria anima. L’universale lotta per la vita che tutto invade spesso può trasformarsi in atto d’imposizione dei già piazzati  nella vita, sui giovani inesperti, piuttosto che in un atto d’amore e di dedizione. I maturi vogliono prima vivere tutta la loro vita e non si decidono facilmente a far testamento e anche dovendolo fare non vi vedono che un prolungamento della propria volontà che continui ad agire in continuazione di sé stessi. L’educazione allora si muta in una lotta in cui la vecchia generazione tenta di imprimere tutta sé stessa, anche nei suoi errori e debolezze, sulla giovane per un istinto di sopravvivenza in coloro in cui in fondo non si ama che sé stessi riprodotti e continuati. Può nell’educazione riapparire l’antagonismo tra i morituri e i nascenti nella disputa per lo spazio nella vita; i vecchi non lasciano facilmente la presa ai giovani avidi di sostituirli cacciandoli. Poiché questi hanno una loro personalità già fatta d’istinti, volontà, desideri, un tipo preesistente all’educazione, un io indipendente, come ce n’è uno nell’educatore. Allora l’atto dell’educazione non è una pacifica trasmissione d’esperienze, ma piuttosto una contesa per la conquista di un posto nella vita, per cui i  giovani lo disputano ai vecchi.

A quest’infima forma dell’atto educativo si giunge naturalmente nell’atteggiamento del materialismo, quando cioè l’uomo si riduce ai suoi soli primordiali elementi biologici, al suo puro substrato animale.  Perché quell’atto si elevi è necessario di infondervi un alito nuovo di spiritualità, l’elemento ideale che sposti il baricentro degli interessi e egoismi animali in superiori finalità collettive, in cui il vantaggio immediato dell’io si dimentica e prevale l’elemento amore supersessuale e l’elemento coscienza che abbraccia più ampi orizzonti nel tempo. Il fenomeno educativo, inteso nel senso ristretto che abbiamo detto, subisce allora una trasformazione evolutiva, in cui esso si spiritualizza e si approfondisce: perde cioè gradatamente in coazione e imposizione egoista, in antagonismo di rivalità ciò che acquista in altruismo; in coscienza, in penetrazione psicologica. L’atto educativo si trasforma così sempre più in amplesso d’anima, in funzione collettiva di conservazione e costruzione, in atto di solidarietà tra chi muore e chi nasce. Il grado d’evoluzione di un popolo può così rivelarsi in quest’indice educativo che è la forma in cui si esprime il contatto tra le varie generazioni. L’educazione perde così sempre in ferocia, in imposizione, in rivalità e contrasto per acquistare in comprensione, comunicazione,  collaborazione, unificazione. Ci avviamo così all’estremo opposto, che è la forma suprema dell’atto educativo che è la più completa e spontanea comunione di spiriti in un’unità di sentimenti e di pensiero.

Così cammini facendo lungo la via dell’evoluzione, l’atteggiamento  dell’educatore si spiritualizza, depositando le sue scorie lungo la via del suo progresso. Egli acquista così sempre più il diritto di educare, che solo nelle ultime fasi veramente gli spetta.

Dopo aver così biologicamente orientato il problema in seno alla fenomenologia universale e averlo così maturato nella mia mente, ho voluto applicarlo in questo senso nella mia quotidiana esperienza d’insegnante, la quale portandomi a contatto con esteso numero di giovani mi permette di controllare sperimentalmente le teorie e di approfondire questo importante lato del problema psicologico che è l’atto educativo. Il mio precedente atteggiamento sintetico si sposta qui all’ estremo opposto che è essenzialmente analitico. La visuale si restringe ma in compenso si

avvicina ad una realtà sempre più concreta.

Nella mia quotidiana attività pedagogica ho voluto operare questa trasformazione evolutiva dell’atto educativo per acquistare in pieno, nella mia coscienza, oltre che formalmente anche sostanzialmente  il diritto di educare, portando cioè l’insegnamento al livello di missione. Ho voluto sempre dimenticare il mio io inconsciamente portato ad affermarsi, per vedere sempre meglio l’io dei giovani che si devono sviluppare. In questo atteggiamento il mio lavoro ha perduto sempre più le qualità coattive, disciplinari, per acquistare qualità di penetrazione psicologica. Ho lottato strenuamente per essere sempre meno il domatore ed essere sempre più il maestro. Posizione difficile, arduo lavoro, trasformazione complessiva: ma che per me non è che un momento della mia evoluzione individuale che è il significato della mia vita.

Non importa che cosa un uomo insegni. L’insegnante, soprattutto in una massa di giovani, è sempre un centro d’irradiazione spirituale. Qualunque cosa egli dica, vi è sempre un discorso intimo e sostanziale, che avviene nelle profondità dell’io, tra docente e discepoli. Il loro io è un fatto anteriore all’educazione che appare un atto posteriore che si sovrappone quando non si contrappone alla loro personalità. Questa protegge istintivamente la propria integrità ribellandosi ad ogni imposizione. La forza, la disciplina sola, non sono quindi che atti di superficie, di valore pratico, sono piuttosto un mezzo che non la sostanza dell’atto educativo, di relativo valore pedagogico. Questo è dato dalla profondità della penetrazione psicologica. Cosa non facile. È necessario avere una grand’anima, avere il coraggio e la forza di spalancarla, avere una potenza d’irradiazione che penetri e ad un tempo una finezza psicologica che sappia guidare quella potenza. Mi rendo ben conto di queste difficoltà. Il livello evolutivo della maggioranza delle personalità e dei ragazzi che non sono che uomini in formazione non è molto alto in i genere. L’insegnante deve avere la forza di saper chiedere tutto a sé stesso.

Ecco una classe. Sono quaranta, dai 13 ai 16 anni, maschi e femmine. Un piccolo mare di teste, un piccolo mondo d’istinti: cariche nervose, rivalità, pensieri, sentimenti. Essi sono la vita. In quei volti è impressa la fatica, la stanchezza. come la forza, la debolezza come la grandezza della stirpe, tutto è stato passato scritto in quelle anime che se poco san dire in termini riflessi di coscienza, tanto già dimostrano di sapere in termini istintivi di subcoscienza. Se la parola è in essi così impacciata, lo sguardo invece è ricco, il gesto fervido, l’io in ogni momento trabocca da dentro e tutto vuol far suo per le vie vaste e rapide dell’intuizione. Guardo all’effervescenza interiore di questi vivacissimi spiriti ancora avvinti alla curiosità della vita nuova per essi e alle meraviglia delle sue sensazioni. Quali sintesi immediate, quale rapidità di conclusioni sia pur non oltre il breve campo della loro coscienza, sia pur provvisorie per poi subito completare e correggere! Qual peso per essi la lenta psicologia analitica adulta che non risolve mai!

Guardo a quel piccolo mare di teste e mi dico: chi sono essi?  Tutti uguali eppur così diversi! Vi sarà mai in mezzo a tanto monotono grigiore d’individui insignificanti qualche valore d’eccezione destinato ad emergere? Tanti non si rivelano subito, alcuni semi sviluppano tardi e sono talvolta i più complessi e gravidi di frutti. Spesso i più brillanti sono superficiali, i precoci si esauriscono. Quali sono le leggi che presiedono allo sviluppo dell’intelligenza? Ovvero ci troviamo di fronte ad un fenomeno così specifico che ogni caso fa tipo a sé con legge propria? Bisogna saper penetrare anche l’eccezione, intuirla, fiutarla, e trovatala, assecondarne lo sviluppo con ogni mezzo; bisogna saper fare eccezione alla regola tradizionale oramai, dell’incomprensione, da parte degli educatori, dell’ingegno fanciullo.

Guardo e mi pongo il problema pedagogico cosi ricco d’aspetti. Siamo tutti immersi nell’immenso fenomeno cosi denso di misteri anche per la scienza, il fenomeno della vita, e della vita dello spirito, che è il lato più complesso. È qui che si può far lo studio più profondo e  più nuovo, più inesplorato e originale, che è quello della personalità umana. Tanto poco si sa di preciso in questo campo! Solo un individuale senso mistico dello spirito, direi quasi, può guidarci, nelle profondità  misteriose della personalità. Ma l’unicità del fenomeno vita e la centralità del suo principio ci unisce in una solidarietà di lavoro, si sia direttori od operai, che è anche comunicazione di comprensione.

Guardo a quel piccolo mare di teste e ascolto la vibrazione intima di quelle personalità che appena traspaiono dalla costruzione fisica. Vivere, vivere! I giovani hanno ancora in sé il dinamismo concentrato del seme, dell’esplosivo che dovrà scaricarsi lentamente per alimentare tutti gli sforzi della vita, per trasformare l’energia in esperienza, la forza in concetto, la quantità in qualità. Essi sono ricchi molto più di noi adulti, del dinamismo iniziale della nebulosa cosmica; ma dovranno lentamente trasformarlo, come noi facemmo, in conoscenza. Questo è il significato della traiettoria evolutiva della vita. Si vive per esperimentare, in ogni campo; alla fine nulla si perde e, se non si oziò, il succo è in noi; l’essenza distillata dei valori, espressa in una vibrazione nuova di cui facemmo un nuovo nostro modo di essere, non muore.

L’educatore deve conoscere questi sottili fenomeni psicologici, deve averli già inquadrati in una sintesi universale, deve aver risolto i grandi perché è capito il problema dell’anima, deve vedere tutta la teleologia della vita, altrimenti non saprà che fare. Egli deve saper distinguere nella massa il timbro d’ogni personalità e proporzionarsi ad esso; non troverà, altrimenti mai la via della penetrazione se non saprà modulare la propria onda psichica in sintonia con i tipi diversi. Lavoro da artista; ma è una grand’arte questa di modellatore d’anime. Egli getta un seme. Il ragazzo non lo dimostra, non se n’accorge, ma serba in sé tutte le impressioni che si sviluppano poi e sono la spinta delle sue azioni. Incidere nello spirito è collaborazione all’opera divina della creazione. L’uomo non si convince dal ragionamento. La logica appunto perché è atto riflesso può ben poco di fronte alle voci profonde della vita, le ereditarie, istintive che risentono invece il contagio  psichico sia esso buono o cattivo che sono forze mobili avide di immettere e assimilare nuove spinte, per suggestione, preferendo prima le affini. Questa l’intima tecnica psicologica di quell’atto che è sintetizzato nella frase:  “andare verso il popolo”. Ciò significa:  “esempio”. Là dove vi è una classe dirigente, veramente superiore per qualità intrinseche non solo per attributi esteriori, anche se è formata d’uomini oscuri che lavorano di sostanza senza rumore di forma, quella classe ha il dovere eroico di andare verso il popolo: eroico perché è duro, proprio appena si è riusciti ad emergere dal fango, doversi voltare indietro per rimettere le mani in ciò che più nausea, e questo per sollevare  anche gli altri. E questi altri sono spesso sprovvisti d’ogni senso di comprensione e di gratitudine, e credono solo nel loro arrivismo personale. Per questo il popolo non è autorizzato a profittare di questo dovere dei dirigenti, non è lecito che di ciò si faccia un pretesto di demolizione del migliore, deve quindi venire inquadrato da chi più sa, in rigide norme di disciplina. La vita è dura per chi va veramente verso il popolo, che sappiamo che cosa è. Perché chi ha il comando ha il dovere, spesso duro, di mantenere l’ordine. E non basta allora dire che la vita è missione: non basta. Bisogna avere una fede, ma evidente, logica, vivente nella luce della mente e nella passione del cuore, che ci ricordi in ogni momento perché la vita è missione. Allora solo il lavoro sarà stabile quando sarà equilibrato; e ciò significa che il nostro donarci verso la terra sia compensato dal donarsi, verso noi, del cielo: il quale sempre irradierà se saremo pronti a chiedere e degni di ricevere.

Così l’opera del1’educazione è veramente l’atto dell’affratellamento. L’educatore rappresenta la forza del bene, si fa canale della loro discesa dal divino, anche quando l’involuzione umana lo costringe a adoperare forme di coazione. L’educazione è bontà, ma non deve mai permettere  che l’ignoranza degli involuti soddisfi il suo più forte istinto che è quello di trasformare bontà in debolezza per poterla sopraffare. Allora la bontà ha il dovere di armarsi; allora se spuntano le spine, ed escono fuori gli artigli, ciò è per sacro dovere di protezione del bene. La colpa è solo nell’involuzione umana che gli impone per affermarsi, i metodi forti della disciplina, l’opera dell’educatore si svolge così sullo sfondo immenso della lotta del bene contro il male. Questa è l’aspra, dura realtà della fatica pedagogica. Vi è per l’animo di ognuno un peso specifico inviolabile, sempre pronto a manifestarsi e che scava abissi incolmabili, distanze terribili. Ciò che è in basso si aggrappa, come uno che annega, disperatamente a ciò che è in alto per travolgerlo nella propria bassezza e farlo annegare con sé.

In quel piccolo mare di teste che è una classe, io sento il problema dell’educazione del popolo ritrovo il mondo nelle sue note fondamentali. Quei ragazzi sono lì tutti a chiedere: forza e bontà, sapienza e pazienza, e in ogni momento valore ed esempio. Essi sono lì tutti pigiati, come gli uomini, a lavorare di gomiti per farsi largo nella vita: domina una specie d’istinto di marciare verso la cattedra, così forte da volerla, nell’impeto raggiungerla, calpestare e distruggere, pur di poter gridare di sé lassù un io più grande. È l’eterna storia dell’uomo. Su quel piccolo mare d’anime spiccano queste note dominanti di psicologia collettiva, come dei leit-motiv che emergono da un groviglio di minori motivi individuali. L’istinto di salire è dominante, perché è anche crescita fisica, in quell’età. La natura stabilisce subito una graduatoria di valori tra i ragazzi, sia pure con criteri elementari che, secondo le primordiali leggi della selezione, danno la supremazia al più forte con qualunque mezzo. Se la scolaresca come un popolo, può rappresentare l’esplosione, delle forze elementari della natura, sta all’insegnante come al capo, di innestare in quel campo le spinte d’ordine superiore. Insegnante e classe, come capo e popolo, rappresentano i due estremi dei valori  sociali, il massimo e il minimo. L’atto educativo consiste nell’avvicinare e fondere questi due estremi, questi due poli della vita morale, che sono complementari, fatti per congiungersi.

Ogni agglomeramento d’esseri umani si comporta per fenomeno di psicologia collettiva come un essere solo che ha una personalità diversa  da quella dei singoli componenti, una personalità propria dai cento occhi scrutatori, che risente di ciò che avviene in ogni suo punto. Essa tende a livellarsi al piano dei meno evoluti che, più prepotenti, tendono a prendere la direttiva, perché vi è nella collettività come una tendenza ad un rilasciamento di controllo e ad una cessione di responsabilità.  Ma quella psicologia collettiva tende anche a farsi trascinare dall’insegnante o capo se egli è il più forte, il migliore, e sa farsi sentire sostanzialmente tale. La vera lotta allora s’ingaggia tra lui e i peggiori. La maggioranza fluttua incerta per buttarsi col vincitore. Siamo ancora in una fase biologica così involuta che la giustizia non si può far valere che con la forza. Colpa degli uomini e non dei capi. Una classe come un popolo capisce prima la forza; e solo in secondo ordine la giustizia. Il progredire della civiltà è dato dal mutamento dei rapporti tra forza e giustizia, cioè da un progressivo smorzamento del primo valore e da un proporzionale rafforzamento del secondo.

Ma quelle unità psicologiche collettive sono sensibili e si possono così educare. Se questo è loro istinto è perché tale fu costruito nella lunga esperienza del passato; spetta all’educatore di innestare in quell’istinto nuove spinte per trasformarlo in qualità superiori che saranno  l’istinto dell’avvenire. È meraviglioso osservare con quanta rapidità si trasmetta a tutto l’organismo la sensazione di un colpo apportato in qualunque suo punto. È così che un esempio dato per un solo individuo tocca tutti. In ogni membro della collettività, ogni singolo sente e ritrova sé stesso. Avverte quindi quasi come propria la sensazione del premio o della punizione diretta a qualunque dei suoi membri. Ma oramai, per l’ingresso dell’ evoluzione umana della sua fase organica nella sua fase psichica, si giunge ad un primo grado d’affinamento nervoso collettivo, che nel campo pedagogico indica addolcimento di metodi e approfondimento di penetrazione psicologica. Allora l’atto educativo si perfeziona nella cura anche del singolo, alla cui natura specifica, trova modo di proporzionarsi. Allora, quando la penetrazione psicologica si fa più acuta, è più rapida la separazione della zavorra sociale dai migliori a cui potranno dedicarsi le cure più intense, perché il valore dell’atto educativo è non nell’ostacolare, favorendo le zone parassitarie, ma nel secondare le spinte naturali della selezione che oramai è sopratutto psichica. Il significato e scopo dell’educazione non è di livellare ma di selezionare: è di scoprire il migliore per incoraggiarlo e per utilizzarlo; non è di mutilarlo riducendolo nelle misure del mediocre. Il materialismo dell’ultimo secolo ha creato ed elevato a modello il tipo dell’uomo normale, proporzionato ad una piccola vita borghese, calcolata, utilitaria, senza fede e senza aspirazioni. Le resistenze sono forti perché questo tipo tende a stabilizzarsi per la legge del minimo mezzo. Esso è biologicamente conveniente. Ma altre leggi biologiche vegliano, pronte a spazzar via questi accomodamenti parassitari che vorrebbero fermare il cammino della vita paralizzando la selezione e contro la pigrizia degli stazionari scagliano la cellula rivoluzionaria. Nel clima eroico fascista, quel tipo non può sopravvivere. Il Fascismo che è piazzato in pieno nel processo evolutivo, spazza tali equilibri comodi, utilitari, di convenienza, senza domani, li rovescia perché incalza verso creazioni più alte. Dobbiamo andare verso il popolo per elevarlo in massa, ma anche per sviscerarlo dei migliori, a cui solo può essere affidato l’avvenire, senza l’aiuto dei quali potranno essere compromesse le sorti di un più grande domani.

Pietro Ubaldi

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