IL PROBLEMA DELLA FELICITA’

Se non vorremo, come è giusto, restare ingannati, chiediamo alla vita solo quello che essa può darci secondo giustizia.

L’uomo sente istintivo un irrefrenabile impulso verso la felicità. A chi domandasse perché ciò avviene, si può rispondere: perché l’evoluzione va dal polo negativo dell’esistenza al positivo, cioè da uno stato di caos, imperfezione e dolore, ad uno di ordine, perfezione e felicità. Ma limitiamoci ai fatti che possiamo controllare. Ed essi ci dicono che invece la vita è in gran parte male e dolore, una lotta e insoddisfazione continua. Perché ciò? Perché la felicità sta in fondo al cammino, è la lontana meta dell’evoluzione, non la si potrà quindi raggiungere che alla fine del percorso. Però che siamo in cammino verso la felicità lo prova il progresso, che è un miglioramento continuo che esprime l’evoluzione.

Ora l’aver capito il funzionamento del fenomeno non sopprime lo stato di fatto, che è il contrasto tra quello che l’uomo desidera e quello che esso trova nella realtà. L’evoluzione è una scala. Ad ogni gradino che si sale si migliorano le condizioni di vita, ma bisogna salire la scala, il che è fatica, e bisogna compierla se si vuole salire. Nella Legge di Dio vi è il principio di giustizia che esige che ogni bene sia guadagnato. Cosi l’uomo, ansioso di felicità, nella realtà si trova di fronte alla fatica di procurarsela, dovendo superare tutti gli ostacoli che si pongono tra lui e la realizzazione del suo desiderio; il suo istinto gli dice: godi, godi. La realtà gli dice: lotta e soffri; ogni miglioramento te lo devi guadagnare.

Allora, incastrato in questo contrasto, che cosa fa l’uomo? Egli si rifiuta alla fatica e, per evadere da essa, cerca una scorciatoia che più comodamente lo soddisfi nel suo desiderio di felicità. Così possiamo spiegarci come sia nato il sogno di una felicità totale, raggiungibile in un’altra vita, dato che in quella terrena ciò non era possibile. Forse è stato il subcosciente ad elaborare questo sogno, offrendolo come pietosa consolazione ad un povero essere dolorante, a cui la dura realtà non offri va conforto.

Ma è certo che i legislatori della condotta umana hanno strumentalizzato questo sogno di felicità offrendone la realizzazione per imporre come condizione di tale paradiso un retto comportamento. E ciò non fu male, perché spinse a compiere la fatica di evolvere e così lo scopo maggiore fu raggiunto. Fu raggiunto anche se le masse accettarono il gioco perché esse ne facevano un’altro, quello cioè di un affare che si presentava conveniente per il fatto che esso consisteva nel riuscire a guadagnarsi una vita di eterna felicità con il sacrificio protratto solo per una breve vita terrena. Gioco di strumentalizzazione da ambo le parti, ma giustificato dal fatto che esso induceva ad evolvere.

Capita la meccanica del fenomeno tutto ciò resta logico e giustificato, ma in rapporto allo sviluppo mentale dell’uomo del passato. L’uomo moderno si trova in condizioni diverse. Le sue capacità di critica gli hanno fatto capire che queste prospettive di un futuro incontrollabile sono un vano tentativo di fuga dalla realtà della vita, come glielo prova il fatto che essa restata quello che era. E l’uomo ha capito anche che, se la vuole mutare, la via è diversa, ha capito che se vuole migliorare sul serio non serve sognare e sperare, ma bisogna lavorare.

In fondo nel passato l’uomo ha raccolto quello che secondo giustizia meritava, perché egli di fronte ad essa era un evasore che tentava frodarla. E la giustizia vuole che l’uomo compia la fatica di evolvere. Quella fuga nei cieli certo che era nata dalla convinzione che trovare una felicità in terra era impossibile, almeno per i più. Ma oggi il benessere si vede che è realizzabile anche per le masse, è qualcosa di positivo, anche se più limitato. Oggi l’uomo non si mette più a sognare con la tipica psicologia del: “tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto”, ma si mette a lavorare per prodursi con le sue mani un reale bene-presente, senza aspettare il dopo-morte. Insomma comprensione della realtà, con mente positiva e effetti concreti. La felicità si raggiunge con l’evoluzione e non con il solo trasferirsi nell’altra vita.

Così tutto si spiega e sta al suo giusto posto. L’uomo, dovunque stia, raccoglie quello che semina, secondo il grado di evoluzione raggiunto. Così la massa umana oggi si è messa a lavorare, con ciò acquistando il diritto al benessere. E la Legge di Dio glielo concede perché in questo caso esso è meritato, mentre non lo era, e per questo non lo si otteneva, quando solo si sognava. Possedere non è peccato quando è frutto di proprio onesto lavoro, ma era peccato quando era frutto di oppressione schiavista. Oggi invece viene considerato peccatore l’ozioso che si culla nei sogni e usa l’ideale per giustificare la sua inerzia.

 

Pietro Ubaldi

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