GLI IDEALI

Nel nostro mondo troviamo due affermazioni opposte, ciascuna erigendosi a norma di condotta ed esigendo assoluta obbedienza. Il fatto è che esse sono opposte ed è impossibile soddisfare l’una senza violare l’altra. Da questo gioco nascono varie conseguenze e l’osservarle ci spiega molti fatti che a prima vista sembrano contraddittori. Invece di metterci ad accusare l’una o l’altra parte come si usa fare, vediamo di capire come stanno veramente le cose. Vedremo allora che in ultima analisi ogni elemento sta al posto che gli spetta per compiere la sua funzione.

La prima affermazione dice: io sono l’ideale e ho diritto ad impormi perché sono la parte migliore, più alta, quella di cui sarà fatta l’umanità futura. Chi non pratica le virtù che io propongo è condannabile perché di basso livello morale, spesso un peccatore. Quindi amore, fratellanza, giustizia, rettitudine, sacrificio, distacco, altruismo, spiritualità etc. Anche se la pienezza della mia realizzazione appartiene al futuro, ho il diritto di impormi sin da ora perché rappresento un grado d’evoluzione più avanzato a cui l’uomo dovrà domani necessariamente giungere. La posizione di comando che assumo nelle direttive della vita è quindi giustificata.

La seconda affermazione dice: io sono la realtà della vita e ho diritto di impormi come norma di condotta esigendo assoluta obbedienza, per il semplice fatto che sono la legge che dirige il funzionamento della vita al livello evolutivo dall’umanità oggi raggiunto. Se l’ideale per realizzarsi aspetta il futuro, sia pur oggi preparandolo, io rappresento il presente e in esso oggi funziono in pieno quale io sono. Le direttive così mutano completamente. Al posto delle virtù c’è la dura lotta per la vita per cui è condannabile, a guisa di peccatore, il debole che si lascia vincere, ed è virtuoso il forte vincitore su tutti. Altro che amore, fratellanza, ecc.! Se il vinto è oppresso, egli se lo merita perché è un debole. La pienezza della mia realizzazione è attuale, viva, reale e vuole essere completa. Per questo m’impongo e con pieno diritto, pérché rappresento il piano biologico dell’uomo attuale. La posizione di comando che assumo nelle direttive della vita è quindi giustificata.

Tra questi due imperativi assoluti, l’uomo, trovatosi in mezzo, ha cercato una soluzione del contrasto. La soluzione spesso è consistita nel sostenere a parole la prima affermazione e nel praticare a fatti la seconda. E’ egli condannabile per questo? Prima di tutto notiamo che non è inutile professare solo a parole un dato principio. Anzi questa è la prima fase o approssimazione, necessaria per arrivare alta sua attuazione. Ciò perché è attraverso una ripetizione verbale che un concetto incomincia a fissarsi nel subcosciente, in modo da manifestarsi poi come direttiva dell’azione e, con la ripetizione di questa diventare automatismo e infine qualità acquisita dalla personalità.

Ma questo è un processo lentissimo per arrivare chi sa quando alla realizzazione dell’ideale. Intanto stride sotto i nostri occhi l’inconciliabile contrasto. Questa è la realtà. L’ideale è sogno. Per esempio: questo predica l’amore verso il prossimo, cioè verso tutti. Ora, all’attuale livello evolutiva umano, l’amore si limita a funzioni protettive per la continuazione della specie. Così il maschio ama la femmina, uniti insieme amano i figli, formando così il nucleo familiare. Ma, oltre questi limiti stabiliti dal fine da raggiungere, l’amore finisce e il maschio assalta l’altro maschio per portargli via la femmina e gli averi. Secondo la legge di questo livello, in cui vige il principio della lotta è anzi vitale amare un prossimo assaltante, quando urge invece difendersi perché esso è un rivale. Questa è la legge di questo piano ed essa punisce con la perdita di tutto chi si lascia sconfiggere. Essa non vuole per selezione produrre l’uomo buono, ma l’uomo forte, cioè non una superiorità ad alto livello spirituale, ma una a comune livello materiale. L’ideale e la realtà biologica ci offrono come modello di vita due tipi del tutto diversi.

E’ così che in pratica l’uomo che vive immerso in quella realtà biologica, ha relegato nel mondo delle nobili aspirazioni i metodi dell’ideale e ha adottato questi altri. Ora ci domandiamo: dato tutto ciò, costui è condannabile come colpevole perché violatore d’alti principi; o è da ammirare come un saggio che non si è lasciato ingannare da visioni utopistiche; ovvero in fine non è che un prigioniero delle leggi biologiche del suo livello d’evoluzione, alle quali nessuno può sfuggire?

Rispondere a queste domande significa capire, per mettere ogni cosa al posto che le spetta. Qui non si tratta di una dissertazione accademica, ma di un problema vivo e scottante, soprattutto nella attuale ora di critica e di revisione di tutti i valori. Si tratta di risolvere una contraddizione, che si fa sempre più evidente, tra quello che gli ideali predicano e quello che la realtà della vita impone. (Ho trattato a fondo questo tema nel mio volume: “La grande battaglia”). Una volta questo esame non si faceva, gli ideali stavano bene in alto al posto d’onore su tutti gli altari religiosi, politici, ecc., e nessuno pensava ad esigere che essi fossero vissuti sul serio da coloro che così altamente li esibivano. Oggi si esige schiettezza e la gente non si contenta più di un’affermazione teorica. Si vuole coerenza. Così piovono le accuse.

Ciò avviene soprattutto nelle religioni. Si accusano i loro seguaci di non viverne i principi. E chi li accusa si fa bello di questo suo gratuito scandalizzarsi, perché è difficile che egli riesca a praticare a fatti gli ideali che predica. Vediamo invece come stanno di fatto le cose. La premessa è un ideale, posto come modello da seguire. Esso è alto, nobile, seducente per la sua bellezza. Affascinati, lo si esalta e lo si onora. Ma sotto c’è la realtà della vita che oppone un muro di resistenza all’attuazione di quell’ideale. Così esso resta respinto nei suoi cieli, allo stato di sogno, praticamente utopia irrealizzabile. Ora questo sarebbe il fallimento della vita, perché renderebbe vano il suo impulso verso la realizzazione del suo fine maggiore che è quello di evolvere, opera che essa incomincia proponendo l’ideale, sia pure solo in forma d’utopia. Questo fallimento paralizzerebbe il più importante lavoro della vita. Che cosa avviene allora?

Osserviamo le varie fasi del fenomeno. Prima a spuntare è l’idea lanciata da un essere eccezionale. Essa è inattuabile ma la sua bellezza affascina e attrae, forse perché soddisfa un desiderio annidato nell’inconscio collettivo, d’evasione dalla dura realtà della vita; forse perché è un presentimento di un futuro migliore verso cui ci porta l’evoluzione, così personificando l’impulso fondamentale della vita che è di crescere e salire. Il fatto è che le masse seguono quelleidea, sia pure in sogno, incantate, se ne impossessano, la fanno loro, la vestono di leggende e mitologie, incominciano ad elaborarla, per proprio uso, adattandola a sé stesse per soddisfare i propri bisogni. Su questo fatto non vi è dubbio, cioè che senza questa soddisfazione fin da principio non vi sarebbe stata accettazione.

Si forma allora un movimento attorno a quest’accettazione. Tale movimento determina il sorgere nel suo seno di una élite che si pone a dirigerlo. Questa élite è formata dai più intelligenti selezionati, capaci di capire il senso delle due verità contrastanti: quella dell’ideale e quella della realtà della vita. Comincia così un doppio lavoro: quello dell’adattamento delle esigenze utopiche dell’ideale alle esigenze opposte del mondo pratico; e il lavoro di penetrazione da parte dell’ideale in quel mondo, così educando e civilizzando le masse.

Questo è difatti quello che è avvenuto in questa fase di sviluppo delle religioni. E, se è avvenuto, ciò vuol dire che serviva alla vita per i suoi scopi, perché altrimenti essa non lo avrebbe fatto avvenire. Certo però che, per i semplicisti che esigono che i seguaci di una dottrina la pratichino integralmente, sorge lo scandalo degli accomodamenti del tradimento dei principi, dell’ipocrisia, ecc. E così si condanna. Ma basta capire le esigenze imposte dallo sviluppo del fenomeno per non condannare più, anzi per ammirare il non facile lavoro di umanizzare l’ideale. Ciò può essere fatto solo da chi ha capito che questo è troppo rarefatto per l’uomo normale, e così sa aggiustarlo a questo e ridurlo in modo che esso, sia pur solo in una data percentuale, possa essere vissuto. Senza questo lavoro d’adattamento l’ideale resterebbe morto, perché inattuabile.

Ecco che tutto si spiega e giustifica quando viene messo al posto che gli spetta. Rispetto dunque, là dove invece si è portati ad accusare di contraddizione e finzione. Ma anche qui quella degli accomodamenti è una fase del fenomeno, la quale come le altre anche essa oramai viene superata per procedere con altre premesse, a realizzazioni più avanzate, nelle quali i metodi usati fino ad oggi finiscono con il non avere più senso.

Pietro Ubaldi

I commenti sono chiusi.